lunedì 26 settembre 2016

Harry Potter e la maledizione dell'erede - J.K. Rowling, John Tiffany, Jack Thorne

Questa sarà una recensione giocata sul filo del rasoio. Sì, perché sono pronta ad attirarmi le antipatie dei Potterhead doc, che in questo momento probabilmente sono lì a misurare millimetro per millimetro ogni singola parola della nuova avventura dei maghi più famosi dell'intero pianeta, Harry Potter e la maledizione dell'erede.
Attenzione però, non ho nulla contro chi vive in maniera immersiva e penetrante le letture e le avventure di questo magico mondo. Però, io non sono una Potterhead doc, io leggo e giudico sulla scorta degli strumenti che mi appartengono, quelli della critica letteraria (e se volete a questo punto potete fare partire una pernacchia).

Dunque, partiamo dalle basi, non del tutto scontate: Harry Potter e la maledizione dell'erede non è un romanzo. Si tratta difatti della sceneggiatura su cui si è basata l'omonima trasposizione teatrale debuttata a Londra lo scorso luglio. È dunque una differenza fondamentale da tenere in conto nel momento della lettura, perché come saprete una sceneggiatura è costituita esclusivamente da due elementi: dialoghi e didascalie, dove queste ultime rappresentano prettamente indicazioni sceniche. Lo sforzo immaginativo del lettore dovrà dunque avere una marcia in più in questo caso, dovrà sforzarsi di entrare nei meccanismi di uno spettacolo teatrale. 
Seconda informazione essenziale: Harry Potter e la maledizione dell'erede non è stato scritto da J.K. Rowling. Ebbene sì, è basato su un'idea (quello che viene più professionalmente definito soggetto) della celebre scrittrice britannica, ma la stesura vera e propria è stata realizzata da John Tiffany e Jack Thorne. Anche per questa ragione pertanto dovremo sforzarci di evitare paragoni con gli altri sette libri della saga. 
La mia idea è che, date le circostanze possiamo limitarci a considerare fondamentalmente due aspetti di quest'opera: la trama (cercando di tenere a mente anche tempi e spazi che la rappresentazione teatrale pretende), e in misura limitatamente minore, lo sviluppo dei personaggi. Dico limitatamente perché i personaggi di una sceneggiatura vivono soprattutto in funzione degli attori che li impersonano. 







Harry Potter e la maledizione dell'erede

J.K. Rowling
John Tiffany
Jack Thorne


Salani editore
Traduzione: L. Spagnol
Pagine: 368
Prezzo: 19,80€
Data di pubblicazione: 24 settembre 2016



venerdì 23 settembre 2016

Pastorale americana - Philip Roth


Ma che cos'ha la loro vita che non va? Cosa diavolo c'è di meno riprovevole della vita dei Levov?


Quando si parla di letteratura americana contemporanea il pensiero inevitabilmente corre a lui: Philip Roth. Classe 1933, considerato da molti il più grande scrittore americano vivente, favorito di tutti i bookmakers ogni anno per l'assegnazione del Premio Nobel, e ritiratosi definitivamente dalle scene letterarie nel 2012. La vita e l'opera di Philip Roth sono talmente gravide da poter essere esse stesse spunto per materia romanzesca (e difatti, smaccante è alle volte l'autobiografismo della sua narrativa).

Pastorale americana, libro vincitore nel 1997 del Premio Pulitzer, è forse uno dei maggiori apici dello scrittore ebreo del New Jersey, e forma una trilogia ideale con i suoi lavori immediatamente successivi: Ho sposato un comunista e La macchia umana (pubblicati tutti in Italia da Einaudi). Al centro di tutti e tre vi è difatti il senso di una indelebile americanità, ma è il romanzo di cui parliamo oggi a rappresentarne maggiormente tutta la sua umana epicità.

giovedì 15 settembre 2016

Oltre le pagine #8 Molto forte, incredibilmente vicino: dal libro al film.

Tante volte abbiamo detto che la letteratura e il cinema parlano linguaggi inevitabilmente diversi, e volendo mirano a rivolgersi ad un pubblico diverso. 
Tante volte, inoltre, abbiamo detto che la letteratura deve necessariamente ritagliarsi uno spazio di narrazione diverso dalla iper-rappresentazione della realtà che oggi non è più solo rappresentato dal cinema e dalla televisione, ma anche da mezzi alla portata di tutti, come internet e i social network. Registrare ciò che accade non è più sufficiente. La rappresentazione fedele del reale, oggi enormemente amplificata dai mezzi di cui sopra, non è più sufficiente. Perché una storia, il suo significato, e il suo messaggio, possano davvero annidarsi, con tutta la loro carica eversiva di domande e perché, nella mente di chi legge, è necessario un quid in più.

Il romanzo è pubblicato  in
Italia da Guanda.
Locandina del film uscito
nelle sale nel 2012.
Solo i narratori puri riescono in questo obbiettivo: ed è questa la differenza principale che può passare tra Jonathan Safran Foer, autore di Molto forte, incredibilmente vicino e Stephen Daldry, regista dell'omonima pellicola. Come sempre si riduce tutto ad una questione di stile narrativo.

Da un lato dunque abbiamo questo scrittore alla ribalta da quasi quindici anni, che ha spiazzato tutti, nel bene e nel male, con uno stile che scardina ogni pretesa di linearità, passando da un io narrante ad un altro con disinvoltura, interrompendo sul più bello la narrazione con lettere, echi di parole già dette, immagini. Insomma coinvolgendo il lettore attivamente nella reale comprensione e immedesimazione in quanto si sta raccontando (pena molto frequente, ahimè, tra i lettori poco attenti, la totale confusione). E che cosa sta raccontando esattamente Foer in Molto forte, incredibilmente vicino? Semplice, una storia davvero comune: quella di un bambino, Oskar Schell, che ha perso il padre l'11 settembre 2001 e cerca disperatamente il senso di quanto è accaduto. Quante storie del genere sono state raccontate? Molte, variando sul tema, davvero molte. E quante nello stile di Foer? Pochissime, forse nessuna, che io sappia.

giovedì 4 agosto 2016

10 letture per la vostra estate




Fuori tempo massimo, mentre voi starete già decollando verso splendide vacanze, mentre le città si preparano ad uno scenario da deserto post apocalittico e le spiagge si riempiono in ogni singolo centimetro, eccomi che risorgo dall'oltretomba, in cui mi sono rinchiusa a causa di un piccolo ma seccante malessere, per proporvi finalmente le mie dieci letture estive.

Sforzandomi di essere per una volta equilibrata tra scrittori italiani e scrittori stranieri, ho anche cercato di spaziare tra grandi classici, classici contemporanei, non-classici (che non è un insulto), gialli, storie d'amore e d'avventura, storie surreali ma in definitiva tutte belle storie
L'unico criterio che mi sono imposta è quella dell'ambientazione: un po' esotica ai confini del mondo, un po' dietro l'angolo ma immancabilmente luminosa e limpida come ogni estate che si rispetti
Ma bando alle ciance, diamo un'occhiata!


Furore di John Steinbeck (Bompiani, 14€)


Ok, forse non iniziamo con una tipica lettura estiva, se non altro per la mole (633 pagine). Ma per chi ama la letteratura americana e la storia del Novecento si tratta un libro imprenscindibile. Pubblicato nel 1939 e per lungo tempo osteggiato dalla censura statunitense, Furore è la storia quanto mai attualissima della famiglia Joad, una famiglia di coltivatori dell'Oklahoma, che, a seguito della grande depressione del '29 e dei rivolgimenti economici che ne seguirono, ormai ridotta allo stremo è costretta ad abbandonare la propria fattoria per un vero e proprio viaggio della speranza lungo la famigerata Route 66, fino in California, alla ricerca di lavoro, dignità e futuro. 
Un viaggio nella più profonda natura umana, lungo l'accecante e immenso deserto americano. Uno dei libri più belli che abbia mai letto in vita mia.


L'amore ai tempi di colera di Gabriel Garcia Marquez (Mondadori, 14€)


Nessuna estate è completa senza una storia d'amore. E nessuno è in grado di raccontare storie d'amore tanto strampalate quanto Gabriel Garcia Marquez. È possibile attendere la donna della propria vita per ben 51 anni, 9 mesi e 4 giorni? Ne è stato capace Fiorentino Ariza per Fermina Daza: un'intera vita in attesa, intervallata da una sfilza infinita di incontri sessuali più o meno importanti, ma soprattutto dalle atmosfere quantomai uniche ed esotiche del Mar dei Caraibi lungo mezzo secolo della nostra Storia più recente.
Marquez è sempre una garanzia.




La lunga vita di Marianna Ucrìa di Dacia Maraini (Rizzoli, 11€)

Torniamo ai nostri autori e alle nostre terre. Il libro certamente più famoso e importante di una delle migliori scrittrici italiane: Dacia Maraini. 
Siamo a Palermo, sul finire del XVIII secolo, Marianna è una giovane ragazza appartenente alla dispotica nobiltà locale che ad un certo punto della sua giovane vita decide di chiudersi in un impenetrabile silenzio. Un silenzio che la rende diversa certamente, ma anche unica: la sensibilità umana e la profonda capacità meditativa che le appartengono non sono altro che una diretta conseguenza del suo mutismo. Mentre terribili segreti di un passato rimosso in tutti i modi verranno a poco a poco a galla.



giovedì 14 luglio 2016

A 100 anni dalla nascita di Natalia Ginzburg




Il 14 luglio 1916 nasceva a Palermo Natalia Ginzburg.
Oggi, dunque, avrebbe compiuto cento anni. Un anniversario non da poco, se pensiamo all'importanza che la Ginzburg ha rivestito nel panorama culturale italiano del secondo Novecento. Premio Strega nel 1963 con Lessico famigliare, autrice di numerosi romanzi e racconti acclamati da pubblico e critica, attivamente impegnata nel mondo giornalistico e politico, membro essenziale della squadra di Giulio Einaudi nei suoi più fulgidi albori, intellettuale, donna, madre, combattente contro ogni ideologia fascista. Eppure ho l'impressione che, a parte qualche evento (soprattutto nella Torino che la ospitò per tanti anni), questo anniversario stia passando piuttosto inosservato, soprattutto nel mercato editoriale. Poteva essere un'ottima occasione per promuovere studi critici, biografie, o addirittura scritti inediti di questa straordinaria scrittrice, no? Invece quasi tutto tace.


La mia copia di Lessico famigliare,
quinta ristampa del 1963.
Se la colpa di ciò sia riservata, come spesso capita, al suo essere donna in un mondo, come quello letterario e critico italiano, dominato da uomini, non lo saprei dire con certezza. Ma tant'è.
In ogni caso, io il mio piccolo omaggio voglio riservarglielo, e lo farò soprattutto attraverso le parole di uno tra i suoi romanzi certamente più riuscito e sentito: Lessico famigliare, una biografia, se vogliamo, della famiglia di Natalia e di una precisa epoca, quella a cavallo tra gli anni '20 e l'immediato secondo dopo guerra, grazie anche allo strumento più vivo degli esseri umani, il linguaggio, il lessico che ci caratterizza e le memorie che esso si porta dietro.
Dicevamo che Natalia Ginzburg nacque a Palermo nel 1916. Il padre era Giuseppe Levi, uno scienziato e intellettuale ebreo-triestino, la madre Lidia Tanzi lombarda e cattolica. Due personalità tanto singolari, quanto per certi versi opposte e complementari l'un l'altra:
Le cose che mio padre apprezzava e stimava erano: il socialismo; l'Inghilterra; i romanzi di Zola; la fondazione Rockefeller; la montagna e le guide della Val D'Aosta. Le cose che mia madre amava erano: il socialismo; le poesie di Paul Verlaine; la musica e, in particolare, il Lohengrin, che usava cantare per noi la sera dopo cena.  [pp.21-22]
La vocazione antifascista è molto forte in casa, tra tutti i membri della famiglia, forse tanto quanto la vocazione ad una pacifica litigiosità e alla dialettica:
Quanto alla politica, si facevano in casa nostra discussioni feroci, che finivano con sfuriate, tovaglioli buttati all'aria e porte sbattute con tanta violenza da far rintronare la casa. Erano i primi anni del fascismo. Perché discutessero con tanta ferocia, mio padre e i miei fratelli, non so spiegarmelo, dato che, come io penso, eran tutti contro il fascismo; l'ho chiesto ai miei fratelli in tempi recenti, ma nessuno me l'ha saputo chiarire. [p.35]

giovedì 16 giugno 2016

Independent Corner #16 Le cose che restano - Jenny Offill

«Una volta» disse mia madre «non esisteva il buio totale. Persino di notte, la luna era luminosa quanto il sole. L'unica differenza stava nella luce, che era blu. Vedevi tutto per chilometri e chilometri e non faceva mai freddo. Si chiamava crepuscolo».
«Perché crepuscolo?» 
«Perché è una parola in codice per cielo blu».

Avere otto anni e provare una fiducia incondizionata nei confronti del mondo, soprattutto nei confronti di chi ci ha messo al mondo.
Avere otto anni e stupirsi di ogni nuova cosa che ci sfiora, ci passa accanto, leggera come una lieve brezza o forte come un tornado.
Avere otto anni e avere voglia di scoprire tutto, di capire l'essenza così apparentemente segreta delle cose.

È una continua altalena l'infanzia, capace di oscillare tra la gioia di una meraviglia tanto assoluta quanto semplice, e la nera disperazione dovuta all'infrangimento di quella purezza primigenia che ci portiamo dentro. 
Ed è proprio questa l'essenza del libro di Jenny Offill, Le cose che restano. L'altalena della vita, della lettura, dell'infanzia, della follia, con i suoi alti, tremendamente alti, e i suoi bassi, inconcepibili bassiSeesaw la definisce, nella bella nota conclusiva, la traduttrice Gioia Guerzoni.


Le cose che restano

di Jenny Offill

NN Editore

Collana: Le strade.
Traduzione: Gioia Guerzoni.
Pagine: 235
Prezzo: 17€
Data di pubblicazione: 12 maggio 2016.









Ogni cosa all'interno di questo romanzo oscilla tra due estremi.

martedì 14 giugno 2016

(Previsioni) Di un'estate di letture.

Ammetto di averne fin troppo abbondantemente parlato, ma giuro che dopo questo post si cambia argomento. 
Insomma, Una Marina di Libri è finito. Sono stati quattro giorni vorticosi, affollati, faticati, in cui ho ritrovato tante persone care: amici diventati editori, editori diventati amici, librai fidati, insegnanti che sono sempre stati dei mentori. E in più ho conosciuto tante di quelle storie altrimenti nascoste, tanti di quei libri altrimenti sommersi dal nostro mercato editoriale, tante di quelle persone le cui parole altrimenti con difficoltà avrei potuto ascoltare. 
Ho davvero amato il rapporto face to face che è stato possibile instaurare con gli editori e i loro collaboratori, semplicemente affacciandosi nel loro spazio: ho trovato geniale il fatto che tutti, indipendentemente dall'ampiezza del proprio catalogo o dal "peso" sul mercato editoriale, possedessero uno stesso identico spazio rappresentato da piccole capannelle di legno e tela che si armonizzavano pienamente nella meravigliosa cornice naturalistica dell'Orto Botanico. Niente mostri di chilometri e chilometri contro piccoli spazietti ricavati in una nicchia: alla Marina di Libri la Sellerio ha lo stesso spazio della Zap edizioni.
La geografia degli spazi è stata inoltre altrettanto intelligentemente studiata anche per ciò che riguardava i percorsi da seguire e i luoghi in cui ascoltare: un viale principale costellato di editori culminante nella bellissima vasca delle ninfee, e poi ancora oltre spazi in cui sdraiarsi all'ombra di un canneto, appoggiarsi alle mastodontiche radici di un ficus bicentenario, ammirare una serra illuminata nella notte. 

Foto di Azzurra De Luca, fotografa ufficiale di questa
edizione di Una Marina di Libri.

Con il rischio di apparire retorica sappiate che ho provato una totale sensazione di piena armonia e amore, soprattutto in due momenti: ascoltando Anna Nadotti parlare dei colori e dell'aria di Mrs Dalloway mentre il sole tramontava davanti a noi, e ascoltando Rita Borsellino (sorella di Paolo) parlare di come la vita muti e ci spinga sempre a seguirla, senza remore, mentre un vento di scirocco faceva dondolare le foglie del Ficus sopra di noi.
Ma degli eventi a cui ho assistito magari parleremo meglio in un secondo momento. Intanto sappiate che il Festival ha avuto un successo mai visto, soprattutto per una città come Palermo. E che lascerà il suo segno permanente anche grazie alla creazione di una biblioteca nata per mezzo delle donazioni fatte dagli editori presenti.

E veniamo adesso al motivo principale del mio post: mostrarvi il mio bottino.