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Dormono sulla collina 1969-2014 - Giacomo Di Girolamo

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Hanno portato i loro figli morti in guerra,
e figlie schiantate dalla vita,
e gli orfani piangendo 
tutti, tutti ora dormono, dormono, dormono sulla collina.

[Edgar Lee Masters - Antologia di Spoon River]





Dormono sulla collina 1969-2014
di Giacomo Di Girolamo


Il Saggiatore


Collana: La Cultura
Prezzo: 24€
Pagine: 1272
Data di pubblicazione: 2014


Cosa è stata l'Italia del nostro ieri? E cosa sarà l'Italia del nostro domani? Chi e cosa hanno contribuito e contribuiranno a crearla? Quante domande, quanti misteri, quanti nomi, quante storie abbiamo da raccontare? 
A questi e ad altri importantissimi interrogativi, forse destinati a rimanere per sempre silenti, cerca di dare risposta il giornalista siciliano Giacomo Di Girolamo
in quella che è una monumentale enciclopedia della Storia d'Italia. O forse sarebbe meglio definirla una Spoon River (più e meno pregna di vita) del bel paese. Perché è questo l'orizzonte in cui cerca di porsi l'autore: prendere spunto dalla famosissima e meravigliosa raccolta di epitaffi di Edgar Lee Masters, per raccontare la Storia e le storie della nostra nazione
Dal 1969 al 2014, a metà tra un romanzo e un'enciclopedia, Di Girolamo fa parlare in prima persona gli innumerevoli protagonisti di quegli anni, la maggior parte dei quali vengono definiti tra i più bui del nostro Paese (e il confine tra buio e luce è ancora tutto da indagare): da Giuseppe Pinelli a Giulio Andreotti, dalle vittime delle innumerevoli stragi di Stato a Italo Calvino, da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino a Marco Pantani. Innumerevoli sono le voci che si intrecciano all'unisono per tirare le fila  della Storia italiana. E dalle colline in cui dormono non soltanto le persone parlano, ma anche gli eventi, i fatti: un Golpe morto nel 1970 ad esempio, o un intero decennio, o ancora, soprattutto quelle che l'autore definisce Sorelle d'Italia:

Sorelle d'Italia - Piazza Fontana, 12 dicembre 1969
Noi bombe siamo la grammatica della storia patria: Piazza Fontana, Brescia, la stazione di Bologna, l'Italicus eccetera, eccetera, eccetera... Come recitava Gaber. E io sono, in tutti i sensi, la sorella maggiore. L'inizio di una strategia. Il peso di una verità negata che lo Stato italiano ancora oggi porta dentro di sé [...] Così fragorosa, così evidente da rendere stucchevole ogni tentativo di cercare una scusa. Così allarmante da procurare - negli anni a venire - un silenzio profondo. Un silenzio che è la fine del mondo.
Quello messo in atto da Di Girolamo è un esperimento mastodontico ma anche essenziale per tutti noi; per chi quegli anni ha vissuto, e forse soprattutto per chi non li ha vissuti e li vede sbiadire dalla memoria collettiva. In un momento in cui, come ci insegna Walter Veltroni e non solo, persino il nome di Berlinguer e di Aldo Moro vengono dimenticati, indagare le pieghe della nostra Storia è un'operazione tanto coraggiosa quanto fondamentale. Chi ricorderà ancora quelli che erano sul direttissimo alla stazione di Gioia Tauro? Chi Aldo Palzzeschi? Chi Pio La Torre? E chi Gladio? 
E anche se c'è molto pessimismo dietro queste pagine e dietro le dichiarazioni dell'autore che preferisce definirlo un libro «sulla fine della Storia», si tratta di una lettura che ognuno di noi dovrebbe avere nel proprio bagaglio, senza lasciarsi scoraggiare dalla voluminosità del testo, che anzi, è organizzato al meglio per agevolare ogni possibile rintracciabilità, grazie al sommario suddiviso per anni e per nomi e grazie ai percorsi di lettura suggeriti (Di mafia e antimafia, L'affaire Moro, Navi, capitani e marinai ecc). 
Le colline ci parlano, non ci resta che ascoltarle. Questa, ad esempio è una delle mie voci preferite:

Felicia Impastato - 7 dicembre 2004
Ho aperto casa mia - mediterranea e sola - a Cinisi, a tutti quelli che volevano conoscere Peppino. Prima venivano in pochissimi, poi sempre di più, soprattutto giovani. Mi piaceva parlarci, perché così la gente capiva cos'era la mafia. E capiva che Peppino si era fatto ammazzare perché non sopportava tutto questo. Non sono mai stata in silenzio. Il silenzio è di chi vuole vendetta. Io invece volevo giustizia, e in tribunale ho puntato il dito contro Tano Badalamenti e gliel'ho detto: tu hai fatto uccidere mio figlio.

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