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I'm doing this for me

by - 21:45


In quanto percipiente da più di quattro mesi un assegno di disoccupazione Naspi, sono entrata (per fortuna o purtroppo) a far parte di un programma di sperimentazione chiamato assegno di ricollocazione, nato insieme al famigerato Jobs Act.
In sostanza si tratta di un programma volto a facilitare il reinserimento lavorativo, grazie ad un bonus associato al futuro lavoratore, che in misura maggiore o minore, sarà percepito dal possibile datore di lavoro al momento di un contratto. Come tutto in questo Paese, si tratta di un programma che ha le sue tappe burocratiche più o meno arzigogolate. La prima di queste è stata appunto un incontro conoscitivo con un'agenzia per il lavoro che mi ha richiesto di portare con me il curriculum.

Dovete sapere che il mio è un curriculum non molto ricco di esperienze lavorative, le quali sono state tutte collaterali a ciò che è stata la cosa più importante della mia vita: la mia formazione. Entrambe le lauree, i corsi di formazione, le esperienze di scrittura ufficiali fuori e dentro l'università, i titoli delle mie tesi di laurea ed i relativi relatori, gli attestati linguistici ed informatici. Anni di studio «matto e disperatissimo», giusto per essere poco melodrammatici. 
È quello il vero cuore del mio curriculum. Loro rappresentano la mia vita. E perché no, anche la mia conoscenza del mercato editoriale italiano, le collaborazioni in forma di volontariato con le associazioni e le fiere locali. Infine ovviamente il mio blog. Sono ciò di cui vado più fiera. Non quella mezza paginetta rosicata di lavori fatti tra un esame e l'altro all'università. Soprattutto perché per ovvie ragioni quei lavori non comprendono gli anni di lezioni e ripetizioni private fatte a numerosi ragazzi, mio cruccio e mio piacere che continuo quotidianamente, e con tutta l'abnegazione possibile, a portare avanti. Ho amato quei momenti, anche i più ridicoli, e ho amato il rapporto instaurato con molti di loro.
Tuttavia mi è stato detto che il mio curriculum è troppo prolisso, di eliminare le informazioni accessorie. Che poi accessorie mica tanto: mi hanno fatto eliminare la laurea triennale, le tesi, le collaborazioni di scrittura, risparmiando soltanto il blog, se non altro per i suoi risvolti in termini di social network. Quello che invece ho dovuto sviluppare sono tutte le mansioni possibili e immaginabili relative ai lavori che ho fatto e che non intendo tornare a fare in futuro, forte e orgogliosa anche di ciò che ho ottenuto da un punto di vista formativo negli anni. Dunque ho dovuto rendere più presentabile una parte di me che non mi presenta per niente. 

È chiaro che ogni curriculum debba essere calibrato in termini relativi al datore di lavoro che si ha davanti, ma in definitiva questa versione standard di esso che mi è stata fatta realizzare esprime soltanto in minima parte la ricchezza che sento di avere dentro: ricchezza che passa principalmente dai miei studi e dalla mia formazione.
Ecco allora che arriva la crisi. Non sono certo una persona che ha una visione utilitaristica della conoscenza e della cultura, ma non posso fare a meno di chiedermi: a cosa sono serviti tutti quegli anni e quegli sforzi se poi con un tratto di penna è tutto cancellabile? Perché nessuno sembra capire quanto essi siano per me importanti? Cosa c'è di sbagliato in me se non ho saputo trasformare tutti i miei studi, tutte le mie letture, tutte le mie conoscenze in qualcosa di concreto da un punto di vista lavorativo? Perché trascorro le mie giornate a leggere quando potrei, che so, dedicarmi al volantinaggio? Ed ecco che ritorna il mio studio matto e disperatissimo: disperatissimo non più per l'impegno che ha comportato, ma per il peso che a posteriori porta con sé nella mia mancata realizzazione.

Qualcuno potrebbe dirmi che non ci ho nemmeno provato: ho avuto troppa paura per tentare il dottorato, ho sentito troppa stanchezza per iniziare un master che non mi interessava, ho deciso di rimanere nella mia terra storicamente povera di opportunità, ho solo coltivato il mio misero orticello, in attesa che forse, un giorno, il Ministero dell'Istruzione decida cosa farne di quello che per me sarebbe davvero un traguardo: insegnare stabilmente.  È questo ciò che amo fare, ma soprattutto è questo ciò che so fare. Non ho tentato seriamente né l'editoria, né il giornalismo, né la biblioteconomia, sapendo quanto impervie fossero queste strade e quanto poche fossero la mia convinzione ed attitudine. Probabilmente è vero che navigo troppo nella mia comfort zone.

Certo è che ad un medico momentaneamente privo di lavoro non chiederebbero di cancellare la propria laurea da un curriculum, né ad uno psicologo, o ad un architetto, o ad un avvocato. Sì, ok, compare pur sempre la magistrale sul mio, ma mi sento come se avessero amputato un braccio ad un corpo, o meglio ad una testa, che apparentemente a 27 anni ha pochissimo da offrire.

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2 commenti

  1. Ciao! Capisco benissimo il tuo discorso. Anche io ho 27 anni, Laurea Triennale e Magistrale umanistica all'attivo ed ormai svariate esperienze lavorative di questi ultimi 3 anni, più ovviamente il blog. Se si va a guardare il mio curriculum, anch'esso è lungo, specie nel momento in cui descrivo tutte le esperienze che ho fatto come supplente (la maggior parte di esse sono state brevi).
    Purtroppo mi sembra che, specie a noi umanisti, venga chiesto sempre più di essere "essenziali", "funzionali", di essere, insomma, ciò che il nostro campo non è e non richiede.
    Quanto all'"orticello", io in questo momento sto lavorando vicino a casa...è certo che la Lombardia è una delle regioni che offrono di più in Italia, ma è anche vero che qualche volta hanno chiesto anche a me "ma perché non te ne vai all'estero"? Ecco, io credo che per noi umanisti sia un pensiero più difficile da realizzare degli altri, perché l'Italia non è solo la nostra casa, ma anche la patria di una cultura, di una letteratura e di un'arte straordinarie...come si può pensare di lasciare tutto questo, di non fare neanche un tentativo per restare qui? Io credo che qui ci sia la vocazione della maggior parte di noi. Anche una mia amica ha fatto l'aiuto-supplente in Australia per 6 mesi, ma poi, per quanto fosse stata contenta, ha sentito il richiamo di "casa sua".
    Capisco bene tutti i tuoi pensieri!

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    1. Ciao Silvia, grazie per aver lasciato il tuo pensiero! Alla luce del giorno mi rendo conto che ho calcato un po' la mano e che sono stata un po' ingiusta in questo post, ma avevo davvero bisogno di gettare via tutto lo sconforto accumulato nella giornata di ieri e in questi mesi di non-lavoro (forse una condizioni più pesanti che abbia sperimentato nella mia vita).
      Anche a me, giusto nel colloquio di cui parlo, hanno chiesto se avessi preso in considerazione l'idea di lavorare all'estero. Mi è venuto spontaneo rispondere: "Ho 27 anni e sono disoccupata, se avessi voluto lavorare all'estero non sarei qui in questo momento, no?", perché purtroppo i conti in tasca in questo senso ce li siamo fatti tutti.
      Certe volte penso anche che siamo troppo dure con noi stesse, che ci hanno insegnato ad avere tutto e subito, e che dovremmo un attimo rilassarci e accettare che qualsiasi decisione prendiamo per motivi validi e sensati non sarà mai sbagliata. Confidiamo per il meglio. Un abbraccio!

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